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Stemma comune S. Carlo canavese

COMUNE DI
SAN CARLO CANAVESE

COMUNE DI SAN CARLO CANAVESE

Strada Cirie', 3 - San Carlo canavese (TO)
Tel.: 011 9210193 - Fax: 011 9222542

Sito web: http://www.comune.san-carlo-canavese.to.it

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Municipio San Carlo canaveseIl comune di San Carlo nacque il 31 luglio 1694 distaccandosi dal borgo di Ciriè, accorpando l’antico villaggio medievale di Liramo al nuovo ente comunale.  Il territorio dal principio fu nominato Vauda di Ciriè, in quanto comprendente buona parte del vasto altopiano di foreste e boschi che nel medioevo si estendevano fino a Busano, Corio e Lombardore, attraversato da piccoli torrenti come il Fisca, il Rio Torto, di Valmaggiore e Fandaglia. Se della prima colonizzazione romana rimangono solo alcuni resti di tegole e tombe ritrovate lungo le vie di comunicazione che portavano ad Ivrea e verso le Valli di Lanzo, le prime abitazioni rurali furono edificate tra Tre e Quattrocento, sul crinale verso la pianura e nella parte bassa tra San Maurizio e Nole. Ancora oggi la toponomastica ci riporta a quel tempo: la cascina Castellaro, nasce sui resti di un manufatto difensivo o di ricovero medievale, la casa Foch porta ancora il nome del suo primo proprietario che la edificò nella seconda metà del Quattrocento. Il periodo di forte popolamento e sviluppo il paese lo ebbe tra la fine del Cinquecento e il primo Seicento, caratterizzando così il vasto e sparso habitat, con cascine e abitazioni che costituiranno i cantoni attuali del Comune, trovando successivamente alla fine del XVII secolo il proprio naturale centro nella chiesa di San Carlo Borromeo, con annessa casa comune.

Cascine e borgate formarono così più di venti unità abitative sparse ma tutte collegate tra loro da strade e sentieri, sia verso Ciriè, sia verso il centro del paese. La piccola proprietà contadina si strutturò nelle borgate, nuclei rustici con abitazioni a due piani coperte da tegole, con dispense, cantine, tinaggi stalle, forno, pozzo, ampio cortile e in alcuni casi con cappella e torchi per la spremitura delle uve. Ancora oggi portano il nome di quelle antiche famiglie che le abitarono: i Baima, Perino, Giorza, Richiardi, Sopetto, Buratto, Fornero, Dolce, Massa e Tempo; altre presero il nome dalle cappelle presenti: Sant’Apollonia, San Firmino, Santa Lucia, San Carlo. Le cascine, centro di vaste proprietà terriere della borghesia ciriacese e torinese, gestite da massari, presero il nome dai loro proprietari: Sarolda, Molande, La Fontaine, Bellico, Masino, Balma, Chiariglione, Gonetta, Gattinara, Bertini, Traggia. Tutte queste furono rimaneggiate nel Settecento, utilizzate come dimore di campagna nei periodi primaverili ed estivi. Alcuni proprietari instaurarono anche attività artigianali: filatoi da seta le famiglie Bertini e Traggia, fornaci i Barberis, Masino, Perotti e De Bosses. La maggioranza della popolazione era dedita alla coltivazione dei campi, al pascolo e alla lavorazione della canapa, poche le attività artigianali in quanto l’economia gravava sempre sul mercato settimanale Ciriè.

Alla fine del Settecento la comunità civile di San Carlo chiese di erigersi in Parrocchia, in quanto ancora divisa tra quelle di San Martino e San Giovanni di Ciriè, di Grosso e di Nole. Nel 1841 fu esaudito questo desiderio, non senza polemiche, portando successivamente alla formazione di un’ampia strada comunale che congiunse così tutte le borgate di levante e di ponente. Questi primi anni dell’Ottocento videro la nascita nel 1834 del poligono militare, voluto da Carlo Alberto, la costituzione di un collegio Convitto accanto alla chiesa, il miglioramento delle comunicazioni con la costruzione di ponti sul rivo Fisca, nuove strade interne e soprattutto la formazione di un canale militare che risolse definitivamente il problema dell’approvvigionamento dell’acqua sulla Vauda. Probabilmente è da quel tempo che i Sancarlesi vengono dettì brusatà, parola coniata per definire gli abitanti di una terra scarsa di acque. Nel 1860 vista la minima capienza di fedeli dell’antica chiesa di San Carlo Borromeo, fu principiata per volontà dell’allora parroco Don Giuseppe Seminino la bella chiesa dell’Immacolata, unico monumento neogotico in questa zona, dedicato al dogma mariano e consacrata nel 1864. Accanto sorse un rinnovato collegio, dove studiò anche il celebre scultore Medardo Rosso.

Nel 1872 venne terminato il campanile ottagonale, e due anni dopo iniziò la costruzione del nuovo municipio. Sempre in quegli stessi anni fu fondata la società cooperativa di mutuo soccorso e istruzione, mentre tra il 1880 e il 1890 la villeggiatura portò alla costruzione delle ville Chiariglione (oggi Ghirardi) e Cantù. Con il primo Novecento il poligono di tiro si ampliò così tanto da poter ospitare più di 500 soldati, caratterizzando l’habitat con piccoli baraccamenti militari, cantine e trattorie usate dai molti camerati del campo di esperienze militari. Nel 1928 il comune di San Carlo fu soppresso dalle leggi fasciste e venne incorporato a Ciriè. Il triste periodo della guerra e del dopoguerra fu chiuso il 1° luglio 1947 quando, grazie alla capacità del primo sindaco Giovanni Cantù, fu ripristinata l’antica amministrazione democratica. Da quel tempo il paese è continuato a crescere: tra gli anni Cinquanta e Sessanta si sono sviluppate le borgate, soprattutto quella di Spineranno verso Ciriè, con la formazioni di grandi palazzine per gli immigrati arrivati dal Veneto, dalla Sardegna e dal Sud; la costruzione delle nuove scuole elementari e medie ha contribuito all’ingrandimento del centro, le nuove ville hanno modificato il paesaggio, trasformandolo in un bel paese precollinare sul principio della Vauda.

 

LUOGHI DI INTERESSE ARTISTICO E STORICO


Santa Maria di SpineranoSanta Maria di Spinerano

La costruzione risale al XI secolo, su un territorio denominato Spineranno, dipendente insieme alle chiese di Ciriè dalla pieve di San Maurizio. Originariamente era a tre navate, due terminanti con abside e la terza con il campanile. Nel 1349 risulta tra le proprietà dell’abbazia di San Mauro. Per molti secoli questa cappella ebbe un beneficio che ne permise la sopravvivenza e il mantenimento. Nel 1425 dimorò un eremita francescano, certo Domenico Pago della marca d’Ancona, che qui visse per alcuni anni in un edificio attiguo al campanile. Sotto la sua giurisdizione venne riparata e ridipinta internamente. Fino alla prima metà del Seicento venne utilizzata come chiesa della comunità dei contadini della Vauda, finchè non venne costruita la nuova cappella dedicata a San Carlo Borromeo. Alla fine del Settecento, minacciando rovina in quanto trascurata, venne rifatta con volta in mattoni e ristretta, eliminando le absidi laterali, prendendo la forma attuale. Dal 1840 è proprietà della parrocchia di San Carlo Borromeo e dal 1911 monumento nazionale. Nel suo interno, nel catino, si possono ammirare interessanti affreschi medievali, databili alla prima metà del Quattrocento rappresentanti la Madonna con Bambino circondata da Santi e Sante e i dodici Apostoli. All’interno resti di un’antica tomba romana ritrovata nelle vicinanze durante alcuni scavi del primo Novecento. Importante per questi affreschi è la firma del pittore sul catino absidale Magister Dominicus de la marca d’Ancona.

 

 


Santa Maria Maddalena della Pie'Santa Maria Maddalena della Piè (ex prevostura di San Martino di Liramo)

Questa borgata del comune di San Carlo è l’abitato più antico del paese, ciò che resta di un villaggio medievale probabilmente sorto su un’ abitazione di epoca romana. Il toponimo Liramo legato ad un contesto agricolo è già presente in una donazione di Arduino ad un suo vassallo fatta nel marzo del 1004. L’insediamento si è sviluppò attorno alla domus plebis, divenendo sede di prevostura sotto il titolo di San Martino, con annesso piccolo monastero sotto la regola di S’Agostino. Come attestano le carte dell’archivio arcivescovile dal XII al XIV secolo divenne un’importante centro di potere religioso locale. Questa chiesa deteneva una giurisdizione su altre: quelle di San Giovanni , San Vittore e San Pietro di Caselle, San Vincenzo di Nole, San Lorenzo e Ferreolo di Grosso, San Nicola di Leinì, San Nicola di Varisella e Baratonia. A capo della comunità monastica vi era il Prevosto. La Pieve Prevostura dipendeva direttamente dal Vescovo di Torino.

Nel 1311 a San Martino venne tolta la titolarità di parrocchia per essere trasferita alla vicina Santo Stefano, nei pressi del monastero, quest’ultima scomparsa nel XVI secolo. Questo trasferimento è da motivare con la presenza nel convento del vescovo Tedisio che soggiornò più volte, soprattutto nel periodo in cui Margherita di Savoia era reggente delle terre di Ciriè, Lanzo e Caselle. Al tempo non era consono che donne popolane girassero in mezzo agli ecclesiastici presenti. Agostino Della Chiesa nel Seicento conferma questi dati: la pieve in passato era un monastero dei canonici regolari, ma con l’avvento degli ordini mendicanti, la chiesa passò ai vescovi di Torino e Tommaso di Savoia la permutò con una porzione di Villarbasse con Amedeo il conte Verde. Amedeo VI, in segno di ringraziamento, nel 1356 cedette ai fratelli Antonio e Pietro Peracchi di Lanzo il villaggio con la chiesa. Tra XIV e XV secolo sulla domus plebis e nelle sue pertinenze venne costruito il castrum o meglio la casaforte trasformando la struttura religiosa in una domus con torre e fortificazioni. Anche la chiesa annessa al monastero cambierà nome passando da San Martino di Liramo a Santa Maria Maddalena. Ancora nel Cinquecento si celebravano funzioni parrocchiali. Fino alla fine del Cinquecento un sacerdote fisso dimorò nel castello, insieme alle famiglie nobili.

Nel Cinquecento tutta la struttura risultava fortificata con attorno il fossato d’acqua chimato baneta plebis, il torrione merlato, le camere superiori ed inferiori del palazzo, cappella, mulino, pozzo, cortile e giardino. Nel Seicento il soffitto in legno a cassettoni della cappella venne rifatto in mattoni, modificando le strutture romaniche in stile barocco. Scomparvero le due navate laterali restando solo quella centrale. Nel Settecento venne nuovamente ristrutturata e rimodellata come attualmente si può ammirare. Nel catino absidale è possibile ancora vedere un affresco di fine Quattrocento del Beato Amedeo IX. Sopra l’altare una pala Settecentesca raffigurante la Madonna con i Santi Stefano e Antonio donata dalla famiglia Grisi, conti della Piè. Ai lati due tele Seicentesce raffiguranti San Giovanni e l’Immacolata. Nell’aula centrale una tela Seicentesca con la Madonna con Bambino, San Giuseppe e la Maddalena. L’esterno della chiesa presenta ancora la sua architettura romanica, databile alla fine del X secolo. Negli anni Trenta del Novecento la chiesa fu oggetto di ricerche storico archeologiche da parte di Vittorio Mesturino e Cesare Bertea.


Chiesa parrocchiale dell'ImmacolataChiesa Parrocchiale dell’Immacolata

La chiesa parrocchiale sorge al centro del paese, di fronte all’antica cappella di San Carlo Borromeo edificata nel 1621. Una tradizione locale narra che fu la stessa Madonna ad indicare nel lontano 1859 dove costruire il nuovo monumento a Lei dedicato ad Maria Catterina Audenino, donna pia e caritatevole. L’anno successivo 1860 iniziò la costruzione della nuova chiesa parrocchiale in stile neogotico su progetto dell’Architetto Michelangelo Bossi. Ai lavori oltre alla popolazione locale contribuirono molti benefattori, tra cui si annovera Giovanni Cafasso, il barone Bianco di Barbania, il conte Emanuele de Bosses, Nino Bixio, Vittorio Emanuele e il Pio IX. Venne consacrata il 4 Novembre del 1864. Il promotore di questa grandiosa opera fu il sacerdote Don Giuseppe Seminino, Prevosto di San Carlo dal 1858 al 1877, il quale la volle dedicare al dogma dell’Immacolata Concezione. L’interno, affrescato dal pittore Costantino Sereno, risulta diviso in tre navate, con tre altari marmorei. In quella centrale sono raffigurati i quattro Evangelisti, San Massimo e Sant’Agostino e sopra il portale d’ingresso è raffigurata la definizione del dogma dell’Immacolata voluta da Pio IX. In questo grande affresco sono rappresentati alcuni benefattori, e probabilmente lo stesso autore. Nel transetto lo sposalizio della Madonna e l’Annunciazione, all’esterno nella lunetta centrale, è raffigurata la Natività. Nelle due navate laterali due tele di Giovanni Battista Fino che rappresentano la morte di San Giuseppe e la comunione di San Luigi Gonzaga. La grande pala d’altare alta sette metri rappresentante l’Immacolata è di Remigio Croce, pittore locale che morì poco dopo la sua ultimazione. In cima alla facciata troneggia dal 1863 la statua in pietra dell’Immacolata, opera del Robbiani di Viggiù. L’antica decorazione interna ed esterna era in finto marmo, fatta dai pittori Notari e Leone da Lugano, cancellata nel 1923 dal prof. Antonio Rolando nelle attuali forme. Il battistero , voluto nel 1880 contiene una rappresentazione del battesimo di Gesù, opera di Don Giuseppe Latini, decorato con scene evangeliche ed angeli musicanti, eseguite da Angelo Serafino. Del 1945 sono i due affreschi della Natività e della Passione, opera del professor Antonio Gilardi. A destra dell’altar maggiore è custodita l’antica statua della patrona del paese, la Madonna Nera d’Oropa, che dal principio del Settecento è oggetto di devozione dei credenti.

 

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